Per lo
più, alla notizia “oggi può uscire” i pazienti sorridono contenti o ringraziano
con quell’espressione smarrita di quello che si chiede se non sia invece il
caso di protrarre la permanenza perché “può sempre succedere qualcosa”. Ma
qualche volta le cose vanno diversamente.
Ero
insieme ad un altro Volontario nel Reparto adibito a “medicina d’urgenza” (una
appendice del Pronto Soccorso dove ricoverano i pazienti non più urgenti ma da
tenere ancora sotto controllo e/o sotto terapia). Entra un medico, vede i
nostri cartellini dell’A.R.V.A.S. e se
ne esce con un “ah, voi siete dei Volontari. Allora potete darmi una mano”.
Ho
pensato che volesse farci fare qualcosa che il “mansionario” non consente e mi
preparavo a dare una risposta appropriata, ma quella ci ha spiazzato
chiedendoci di recarci dal paziente del letto 106 a cercare di capire il motivo
per cui non voleva essere dimesso.
Siamo andati e ci siamo trovati di fronte un uomo
di una certa età, scuro di carnagione e con i capelli bianchi, ma che parlava
un italiano, se non forbito, comprensibile. L’espressione era quella smarrita
di colui che teme di essere dimesso, ma soprattutto sembrava quella di un uomo
ad un tempo impaurito e rassegnato.
Abbiamo
cercato di instaurare un minimo di quella che ci hanno insegnato a chiamare
“empatia” ed abbiamo fatto la domanda fatidica: “Perché non vuole uscire? Lei
non ha più bisogno di cure particolari, sta bene e non c’è ragione che continui
a stare in un ambiente ospedaliero che in ogni caso non è il migliore
possibile”.
E’
uscito fuori che non sapeva dove andare una volta dimesso.
Abbiamo
chiesto dove stava prima di essere soccorso e trasportato in ospedale. La
risposta è stata evasiva, ma ad un certo punto è uscito fuori un qualcosa che
somigliava alla Caritas. Abbiamo colto la palla al balzo (conosco qualcuno che
fa volontariato presso il Centro di Ascolto Caritas della Parrocchia) e cercato
di capire a quale struttura della Caritas alludesse.
Alludeva all’ostello di Via
Marsala. Abbiamo cercato di capire se l’ostello fosse per lui una destinazione
gradita o almeno accettabile. Alla risposta positiva, con la riserva che
sicuramente il suo vecchio posto era stato occupato, lo abbiamo rassicurato
dandogli formale promessa che ci saremmo occupati di prendere contatto con
l’ostello e, se ci fosse stato il posto, saremmo tornati a prenderlo in
giornata per portarlo a Via Marsala. In caso contrario avremmo cercato, si
capisce, un’altra soluzione.
Abbiamo
poi riferito alla dottoressa che ci aveva intercettati ed, avuto il consenso,
ci siamo dati da fare. Ho chiamato gli amici del Centro di Ascolto; quelli si
sono messi in contatto con l’ostello; l’ostello si è messo in contatto con noi;
abbiamo fornito generalità dell’interessato e nominativo del medico; l’ostello
ha confermato che per un certo periodo il nostro uomo era stato ospite a Via
Marsala e che lo avrebbero ospitato di nuovo, anzi avrebbero provveduto essi
stessi a recarsi in ospedale a recuperarlo.
Che
dire…..in sostanza non abbiamo fatto quasi nulla: due chiacchiere ed un paio di
telefonate; non abbiamo certamente risolto "i problemi" di
quell'uomo, ma se non ci si confronta con "il piccolo problema", non
si realizza il mettere la persona "al centro" del nostro
volontariato.
MARIO D'ERRICO, Volontario
A.R.V.A.S. presso il Policlinico Umberto I.
ALCUNE RIFLESSIONI DI PATRIZIA MASCOLO
(G.O.L. 5) AL SUO "ESORDIO" COME VOLONTARIA
In fondo, ripensandoci a posteriori, non è
stato poi così difficile "entrare" in corsia, all'inizio: il corso e
il tirocinio mi avevano dato quello che mancava all'esperienza, pur cospicua e
significativa, già offertami dalla vita. E poi, forse volontari si nasce, ci si
sente a proprio agio in quella veste perché rispecchia qualcosa di noi, la
nostra voglia di dare e di essere utili, di sentirci, noi, ricchi e condividere
quella nostra ricchezza con chi non ne ha, di portare il nostro messaggio di
fede e di amore, di carezzare le nostre paure ammantandole di una normalità
affrontabile.
Noi, nostro, nostre, io….
Poi, un pomeriggio un po' uggioso di una
domenica, in corsia, quella paziente simpatica, energica, ma un po' riservata,
a tratti leggermente scostante, che ha quello sguardo chiaro e diretto, a volte duro,
di chi si sente autosufficiente anche mentre trascina il suo
"alberello" della flebo in una faticosissima "passeggiata"
di qualche metro, di chi sembra non avere bisogno di me, improvvisamente,
quello sguardo aggancia il mio, il volume della voce si fa più basso, mi devo
chinare per sentirla , mentre lei continua a guardarmi, diretta e decisa quasi
a scovare una qualsiasi infinitesimale reazione in me, per avere, nella mia
reazione, un metro obiettivo di misura umanamente accettabile del suo dolore.
E dice la sua diagnosi, così, nuda e cruda,
senza nessun aggiustamento, senza pietà.
È un momento in cui le sue parole sono come
un masso lanciato nell'acqua: va giù, fino in fondo all'anima e la dilata, l'acqua
si ritira, si apre una voragine, diventa uno spazio che nel suo espandersi
quasi soffoca il corpo, contenitore così incapace per tanta potenza; scompaiono
gli altri, la stanza, la realtà intorno, il silenzio è totale, e restiamo noi, tu e io, sole di fronte al mistero di quanto
hai voluto dirmi. È un secondo, è meno di un attimo, devo rispondere, cosa
rispondere, cosa si aspetta da me quel tuo sguardo freddo e brillante….devo
lasciare che la realtà rassicurante scompaia davvero, guardare solo a quell'enorme
vuoto dentro, entrarci con coraggio, ascoltare
l'eco delle tue parole che porta fuori le mie paure, il terrore,
l'angoscia già provata, o quella presentita durante i periodi sereni della vita,
ricordare, immaginare, assaporare quell'enorme spazio nell'anima e trattenere
ancora il respiro, perché se lo faccio posso sentire il tuo dentro di me e, su
di esso, pronunciare le parole che vuoi sentire da me.
È questa l'empatia? Non lo so; so che è
un'esperienza che va fatta con l'anima, non con la scienza; un dono di una tale immensità da meritare la gratitudine e
l'umiltà che si prova verso le cose più sacre.
So che ti amo, sorella, me stessa, che mi
precedi verso la mèta, e ti ringrazio perchè, voltandoti a parlarmi, illumini
il mio andare sulla strada del Tempo.
..... brano tratto da una riflessione di
una Volontaria al termine del corso di
formazione,
riferita al primo giorno in corsia...
Camice nuovo e ben stirato, cartellino identificativo in mostra, guanti nella tasca, e le gambe che ti tremano, il cuore ti batte forte e la sudorazione aumenta. Ma cosa farai, cosa dirai, chi troverai in quella stanza, quasi quasi è meglio che giri i tacchi e te ne torni a casa. La tentazione è fortissima, ma c'è il volontario che ti accompagna: che figura ci fai? Allora cerchi di farti coraggio, inspiri una bella boccata d'aria e cercando di celare il rossore sulle guance, entri. Nella prima camera non vorresti entrare, dalla seconda vorresti scappare, ma poi, nella terza cominci a leggere in quei volti una miriade di sentimenti diversi, fatti di paure, di speranze, di scoraggiamento, di aspettative e anche di curiosità nei tuoi confronti. La tua paura di non riuscire ad aprire un dialogo svanisce perchè subito vi trovate a parlare guardandovi negli occhi e si capisce che quella situazione che state vivendo ha un senso, che è giusta.
La
paura di non venire accettata o addirittura di ricevere un rifiuto decade, ma
non per merito tuo: sono loro ad eliminarla dalla tua mente e dal tuo
cuore, come se l'avessero letta e l'avessero
voluta cancellare per aiutarti: ma lo hanno fatto senza che te ne
rendessi conto. Continuando ad entrare in nuove camere e conoscendo nuove
persone senti che ognuno di loro ti sta donando qualcosa e da quel breve
incontro ti senti arricchita. Non potrai mai più dimenticarti di Elisa, dei suo
volto dolcissimo e delle sue poche parole
dedicate esclusivamente a te perché fino a quel momento nessuno l'aveva sentita
parlare; e di Raul, con la sua asprezza caratteriale ma con il bagaglio di vita
pieno di cose da raccontare e da comunicare: sono entrati nel tuo cuore dal
primo momento che vi siete guardati, come tutti gli altri, di cui forse
non ricordi il nome ma che in questa prima giornata di tirocinio sono riusciti
a darti la carica interiore di cui avevi bisogno e ti hanno fatto capire che la
scelta è stata ed è quella giusta.
CATIA EVIDI - Volontaria ARVAS al Policlinico Umberto I
Da
un parente di una giovane paziente presso l'Ospedale S. Camillo di
Roma:
I
volontari della
tua associazione sono costantemente presenti e mia cognata ne
è confortata. E'
veramente tanto ciò che mi stai donando insieme a molti
altri, senza aver
mai avuto conoscenza tra noi, è un chiaro segno
della presenza del
Signore in ogni azione che compiamo e tu cara xxxxxx con i tuoi
volontari siete
testimonianza attiva di nostro Signore. Grazie infinite
per averlo donato
anche a noi!
Da
parte mia
ringrazia tutti ed in particolare xxxxxx che tanto si è
impegnato, siete stati
e sarete un bel ricordo nei momenti di profonda
sofferenza che
ci attendono ancora.
Con
tutto il cuore
Nadia
.........IL 1° LUNEDI’ ,...,
entrata in corsia, una sensazione di paralisi progressiva dai piedi a salire su
su fino in cima la testa, mi ha assalita.... , ho pensato: oggi vedrò il panico
impossessarsi di me!
Al primo malato ho rivolto il
saluto e poi il viso di mia madre si è sovrapposto a quello del paziente che mi
sorrideva, e poi via via così per tutto il tempo, fino ad arrivare al primo
scoglio: una stanza vuota di parenti, piena di tubi e sbarre ai letti e secchi,
a terra, che raccoglievano drenaggi e angoscie dei due pazienti anziani che
l’accoglieva. Uno di loro, più di tutto mi ha colpito perché oltre alla
sofferenza non aveva più niente da mostrare; scarno e infastidito da tutto e da
tutti anche dalla voglia che aveva di rivolgerci la parola. –“ANDATE VIA! NON
MI ANGOSCIATE!”.. la testa fra le mani e la voce ferma e sicura....
Un’accoglienza che mi
aspettavo, certo, perché lui non poteva essere “se stesso” come avrebbe
voluto...e non voleva testimoni! Superato il primo passo, iniziavo a dare da
mangiare al suo vicino di letto e intanto gli lanciavo discrete occhiate per
capire se mi avesse detto almeno il suo nome....e alla continua e intervallata
richiesta della mia collega di dirgli come si chiamasse, tra un cucchiaio di
minestra e una pausa, gli uscì di tutto cuore: -“IO SONO, NESSUNO, AVETE
CAPITO? ...NESSUNO...” Allora capii il suo grido di aiuto , e risposi girandomi
verso di lui: ..-“Dunque Lei si chiama ULISSE!!?!”- e lui mi sorrise e con gli
occhi ed un indice puntato verso di me in segno di appunto positivo disse:
-“BRAVA!”- ..E mi sentii tale per tutta la sera e ancora il giorno dopo, e
ancora il lunedì successivo....peccato che ULISSE però, stanco, se ne fosse
andato via per sempre...ma non senza avermi lasciato qualcosa: la fiducia negli
altri, anche quando hai smesso di lottare.
GRAZIE ULISSE, ho dedicato a
Te tutto il mio tirocinio di volontario.