Testimonianze:

SOLIDARIETA'
Qua e la nel mondo una moltitudine di gente soffre per vari motivi e non possiede niente, chi non ha casa, ed è in mezzo alla via e chi oltre la miseria, ha una malattia.. E c'è lo sfarzo del lusso a destra e a manca incuranti di chi ha la mensa molto parca. Tra ricchi e poveri c'è sempre più disparità abbonda di ingiustizie questa nostra società.
C'è chi si lacera per un bocconcino mentre i potenti si spartiscono il bottino, sempre alla ricerca della torta più grossa le briciole, se restano, sono per la massa. Anche qui nel nostro povero stivale c'è gente che se la cava molto male.... ma nel grigiore della disuguaglianza, è nato il.fiore della nostra provvidenza; che ha dato il frutto della solidarietà, tra molta gente umile di buona volontà. Nei tanti ruoli ed onorate professioni nel vasto campo di tante associazioni.
Grazie, a questo nobile popolo del volontariato che supplisce le tante carenze dello stato, unito nello spirito in questo gesto solidale verso quel vuoto, per il bene del sociale. Talvolta un sorriso e una stretta di mano là sentire ciascuno in un mondo più umano. Missione questa indispensabile e preziosa dove la vita di anziani e malati è più penosa. A questi uomini e donne di buona volontà vada la gratitudine di tutta la comunità!!

Laura Marchini


 MILLE MODI DI ESSERE UTILE

Per lo più, alla notizia “oggi può uscire” i pazienti sorridono contenti o ringraziano con quell’espressione smarrita di quello che si chiede se non sia invece il caso di protrarre la permanenza perché “può sempre succedere qualcosa”. Ma qualche volta le cose vanno diversamente.

Ero insieme ad un altro Volontario nel Reparto adibito a “medicina d’urgenza” (una appendice del Pronto Soccorso dove ricoverano i pazienti non più urgenti ma da tenere ancora sotto controllo e/o sotto terapia). Entra un medico, vede i nostri cartellini dell’A.R.V.A.S.  e se ne esce con un “ah, voi siete dei Volontari. Allora potete darmi una mano”.

Ho pensato che volesse farci fare qualcosa che il “mansionario” non consente e mi preparavo a dare una risposta appropriata, ma quella ci ha spiazzato chiedendoci di recarci dal paziente del letto 106 a cercare di capire il motivo per cui non voleva essere dimesso.

Siamo  andati e ci siamo trovati di fronte un uomo di una certa età, scuro di carnagione e con i capelli bianchi, ma che parlava un italiano, se non forbito, comprensibile. L’espressione era quella smarrita di colui che teme di essere dimesso, ma soprattutto sembrava quella di un uomo ad un tempo impaurito e rassegnato.

Abbiamo cercato di instaurare un minimo di quella che ci hanno insegnato a chiamare “empatia” ed abbiamo fatto la domanda fatidica: “Perché non vuole uscire? Lei non ha più bisogno di cure particolari, sta bene e non c’è ragione che continui a stare in un ambiente ospedaliero che in ogni caso non è il migliore possibile”.

E’ uscito fuori che non sapeva dove andare una volta dimesso.

Abbiamo chiesto dove stava prima di essere soccorso e trasportato in ospedale. La risposta è stata evasiva, ma ad un certo punto è uscito fuori un qualcosa che somigliava alla Caritas. Abbiamo colto la palla al balzo (conosco qualcuno che fa volontariato presso il Centro di Ascolto Caritas della Parrocchia) e cercato di capire a quale struttura della Caritas alludesse.

Alludeva all’ostello di Via Marsala. Abbiamo cercato di capire se l’ostello fosse per lui una destinazione gradita o almeno accettabile. Alla risposta positiva, con la riserva che sicuramente il suo vecchio posto era stato occupato, lo abbiamo rassicurato dandogli formale promessa che ci saremmo occupati di prendere contatto con l’ostello e, se ci fosse stato il posto, saremmo tornati a prenderlo in giornata per portarlo a Via Marsala. In caso contrario avremmo cercato, si capisce, un’altra soluzione.

Abbiamo poi riferito alla dottoressa che ci aveva intercettati ed, avuto il consenso, ci siamo dati da fare. Ho chiamato gli amici del Centro di Ascolto; quelli si sono messi in contatto con l’ostello; l’ostello si è messo in contatto con noi; abbiamo fornito generalità dell’interessato e nominativo del medico; l’ostello ha confermato che per un certo periodo il nostro uomo era stato ospite a Via Marsala e che lo avrebbero ospitato di nuovo, anzi avrebbero provveduto essi stessi a recarsi in ospedale a recuperarlo.

Che dire…..in sostanza non abbiamo fatto quasi nulla: due chiacchiere ed un paio di telefonate; non abbiamo certamente risolto "i problemi" di quell'uomo, ma se non ci si confronta con "il piccolo problema", non si realizza il mettere la persona "al centro" del nostro volontariato.

MARIO D'ERRICO, Volontario A.R.V.A.S. presso il Policlinico Umberto I.


ALCUNE RIFLESSIONI DI PATRIZIA MASCOLO (G.O.L. 5) AL SUO "ESORDIO" COME VOLONTARIA

In fondo, ripensandoci a posteriori, non è stato poi così difficile "entrare" in corsia, all'inizio: il corso e il tirocinio mi avevano dato quello che mancava all'esperienza, pur cospicua e significativa, già offertami dalla vita. E poi, forse volontari si nasce, ci si sente a proprio agio in quella veste perché rispecchia qualcosa di noi, la nostra voglia di dare e di essere utili, di sentirci, noi, ricchi e condividere quella nostra ricchezza con chi non ne ha, di portare il nostro messaggio di fede e di amore, di carezzare le nostre paure ammantandole di una normalità affrontabile.

Noi, nostro, nostre, io….

Poi, un pomeriggio un po' uggioso di una domenica, in corsia, quella paziente simpatica, energica, ma un po' riservata, a tratti leggermente scostante, che ha  quello sguardo chiaro e diretto, a volte duro, di chi si sente autosufficiente anche mentre trascina il suo "alberello" della flebo in una faticosissima "passeggiata" di qualche metro, di chi sembra non avere bisogno di me, improvvisamente, quello sguardo aggancia il mio, il volume della voce si fa più basso, mi devo chinare per sentirla , mentre lei continua a guardarmi, diretta e decisa quasi a scovare una qualsiasi infinitesimale reazione in me, per avere, nella mia reazione, un metro obiettivo di misura umanamente accettabile del suo dolore.

E dice la sua diagnosi, così, nuda e cruda, senza nessun aggiustamento, senza pietà.

È un momento in cui le sue parole sono come un masso lanciato nell'acqua: va giù, fino in fondo all'anima e la dilata, l'acqua si ritira, si apre una voragine, diventa uno spazio che nel suo espandersi quasi soffoca il corpo, contenitore così incapace per tanta potenza; scompaiono gli altri, la stanza, la realtà intorno, il silenzio è totale, e restiamo noi,  tu e io, sole di fronte al mistero di quanto hai voluto dirmi. È un secondo, è meno di un attimo, devo rispondere, cosa rispondere, cosa si aspetta da me quel tuo sguardo freddo e brillante….devo lasciare che la realtà rassicurante scompaia davvero, guardare solo a quell'enorme vuoto dentro, entrarci con coraggio, ascoltare  l'eco delle tue parole che porta fuori le mie paure, il terrore, l'angoscia già provata, o quella presentita durante i periodi sereni della vita, ricordare, immaginare, assaporare quell'enorme spazio nell'anima e trattenere ancora il respiro, perché se lo faccio posso sentire il tuo dentro di me e, su di esso, pronunciare le parole che vuoi sentire da me.

È questa l'empatia? Non lo so; so che è un'esperienza che va fatta con l'anima, non con la scienza; un dono di una  tale immensità da meritare la gratitudine e l'umiltà che si prova verso le cose più sacre.

So che ti amo, sorella, me stessa, che mi precedi verso la mèta, e ti ringrazio perchè, voltandoti a parlarmi, illumini il mio andare sulla strada del Tempo.


..... brano tratto da una riflessione di una Volontaria al termine del corso di
formazione, riferita al primo giorno in corsia...

Camice nuovo e ben stirato, cartellino identificativo in mostra, guanti nella tasca, e le gambe che ti tremano, il cuore ti batte forte e la sudorazione aumenta. Ma cosa farai, cosa dirai, chi troverai in quella stanza, quasi quasi è meglio che giri i tacchi e te ne torni a casa. La tentazione è fortissima, ma c'è il volontario che ti accompagna: che figura ci fai? Allora cerchi di farti coraggio, inspiri una bella boccata d'aria e cercando di celare il rossore sulle guance, entri. Nella prima camera non vorresti entrare, dalla seconda vorresti scappare, ma poi, nella terza cominci a leggere in quei volti una mi­riade di sentimenti diversi, fatti di paure, di speranze, di scoraggiamento, di aspettati­ve e anche di curiosità nei tuoi confronti. La tua paura di non riuscire ad aprire un dia­logo svanisce perchè subito vi trovate a parlare guardandovi negli occhi e si capisce che quella situazione che state vivendo ha un senso, che è giusta.

La paura di non venire accettata o addirittura di ricevere un rifiuto decade, ma non per merito tuo: sono loro ad eliminarla dalla tua mente e dal tuo cuore, come se l'a­vessero letta e l'avessero voluta cancellare per aiutarti: ma lo hanno fatto senza che te ne rendessi conto. Continuando ad entrare in nuove camere e conoscendo nuove persone senti che ognuno di loro ti sta donando qualcosa e da quel breve incontro ti senti arricchita. Non potrai mai più dimenticarti di Elisa, dei suo volto dolcissimo e del­le sue poche parole dedicate esclusivamente a te perché fino a quel momento nessuno l'aveva sentita parlare; e di Raul, con la sua asprezza caratteriale ma con il bagaglio di vita pieno di cose da raccontare e da comunicare: sono entrati nel tuo cuore dal primo momento che vi siete guardati, come tutti gli altri, di cui forse non ricordi il nome ma che in questa prima giornata di tirocinio sono riusciti a darti la carica interiore di cui avevi bisogno e ti hanno fatto capire che la scelta è stata ed è quella giusta.

CATIA EVIDI - Volontaria ARVAS al Policlinico Umberto I


Da un parente di una giovane paziente presso l'Ospedale S. Camillo di Roma:

Carissima xxxxxxx, grazie infinite per tutto ciò che hai fatto e stai facendo per mia nipote Giorgia.
I volontari della tua associazione sono costantemente presenti e mia cognata ne è confortata. E' veramente tanto ciò che mi stai donando insieme a molti altri, senza  aver mai avuto conoscenza tra noi,  è un chiaro segno della presenza del Signore in ogni azione che compiamo e tu cara xxxxxx con i tuoi volontari siete testimonianza attiva di nostro Signore. Grazie infinite per averlo donato anche a noi!
Da parte mia ringrazia tutti ed in particolare xxxxxx che tanto si è impegnato, siete stati e sarete un bel ricordo nei momenti  di profonda sofferenza che ci attendono ancora.
Con tutto il cuore

Nadia


DIARIO DA TIROCINANTE......

.........IL 1° LUNEDI’ ,..., entrata in corsia, una sensazione di paralisi progressiva dai piedi a salire su su fino in cima la testa, mi ha assalita.... , ho pensato: oggi vedrò il panico impossessarsi di me!

Al primo malato ho rivolto il saluto e poi il viso di mia madre si è sovrapposto a quello del paziente che mi sorrideva, e poi via via così per tutto il tempo, fino ad arrivare al primo scoglio: una stanza vuota di parenti, piena di tubi e sbarre ai letti e secchi, a terra, che raccoglievano drenaggi e angoscie dei due pazienti anziani che l’accoglieva. Uno di loro, più di tutto mi ha colpito perché oltre alla sofferenza non aveva più niente da mostrare; scarno e infastidito da tutto e da tutti anche dalla voglia che aveva di rivolgerci la parola. –“ANDATE VIA! NON MI ANGOSCIATE!”.. la testa fra le mani e la voce ferma e sicura....

Un’accoglienza che mi aspettavo, certo, perché lui non poteva essere “se stesso” come avrebbe voluto...e non voleva testimoni! Superato il primo passo, iniziavo a dare da mangiare al suo vicino di letto e intanto gli lanciavo discrete occhiate per capire se mi avesse detto almeno il suo nome....e alla continua e intervallata richiesta della mia collega di dirgli come si chiamasse, tra un cucchiaio di minestra e una pausa, gli uscì di tutto cuore: -“IO SONO, NESSUNO, AVETE CAPITO? ...NESSUNO...” Allora capii il suo grido di aiuto , e risposi girandomi verso di lui: ..-“Dunque Lei si chiama ULISSE!!?!”- e lui mi sorrise e con gli occhi ed un indice puntato verso di me in segno di appunto positivo disse: -“BRAVA!”- ..E mi sentii tale per tutta la sera e ancora il giorno dopo, e ancora il lunedì successivo....peccato che ULISSE però, stanco, se ne fosse andato via per sempre...ma non senza avermi lasciato qualcosa: la fiducia negli altri, anche quando hai smesso di lottare.

GRAZIE ULISSE, ho dedicato a Te tutto il mio tirocinio di volontario.